Sabra e Chatila:
una strage senza giustizia, dal 1982 a oggi
L’invasione e l’assedio
Nel giugno 1982 l’esercito israeliano entrò in Libano con l’operazione denominata “Pace in Galilea” (sic), guidata dall’allora ministro della Difesa Ariel Sharon. Uficialmente l’obiettivo è colpire l’OLP, ma come sempre l’offensiva si trasforma in attacco a tutta la popolazione palestinese: un lungo assedio di Beirut Ovest, che pesa duramente sulla popolazione civile.
L’assedio sembra chiudersi grazie a una mediazione internazionale: i combattenti dell’OLP accettano di lasciare la città via mare, in cambio di garanzie — da un contingente multinazionale e dalle stesse forze israeliane — che i civili rimasti nei campi profughi non sarebbero stati toccati.
Una promessa che dura ben poco.
Il pretesto e l’ingresso nei campi
Il 14 settembre 1982 viene ucciso in un attentato Bashir Gemayel, presidente libanese appena eletto e leader delle Falangi cristiano-maronite (il partito fondato dal padre Pierre nel 1936).
Israele attribuisce l’attentato all’OLP — accusa mai provata — e la usa come pretesto per rompere il cessate il fuoco.
Il giorno dopo l’esercito occupa Beirut Ovest e circonda i campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila.
Il 16 settembre i comandi israeliani danno il via libera all’ingresso nei campi di circa 1.500 miliziani falangisti, agli ordini di Elie Hobeika, ufficialmente per stanare combattenti armati nascosti tra la popolazione.
Nelle 43 ore successive, fino al 18 settembre, i miliziani massacrano sistematicamente civili disarmati — donne, bambini, anziani — con esecuzioni sommarie, stupri e mutilazioni.
Quante furono le vittime non si saprà mai con certezza: il caos, le fosse comuni, i corpi mai identificati lasciano un margine enorme, tra le 762 e oltre 3.500 persone secondo le diverse stime.
Il ruolo di Israele: non spettatore, ma garante dell’assedio
Ed è qui che si gioca il nodo storico più discusso. L’esercito israeliano non entrò materialmente nei campi per uccidere — furono i falangisti a farlo — ma ne controllava ogni accesso, aveva il comando dell’area, e furono proprio loro ad autorizzare l’operazione.
Per tutta la durata del massacro le truppe israeliane presidiarono il perimetro bloccando le vie di fuga; di notte lanciarono razzi illuminanti che aiutarono i miliziani a proseguire la mattanza anche al buio.
Le prime notizie su ciò che stava accadendo dentro i campi arrivarono ai comandi israeliani già nelle ore iniziali, eppure l’operazione non fu fermata.
Sotto la pressione dell’opinione pubblica interna e internazionale, una commissione ufficiale israeliana, la Commissione Kahan, istituita nel 1983, indagò in seguito su tale condotta.
Le conclusioni non attribuirono a Israele l’esecuzione materiale delle uccisioni — opera dei falangisti — ma riconobbero una responsabilità indiretta, e personale, del ministro della Difesa Ariel Sharon: non aver previsto né impedito un massacro che, visto l’odio dei falangisti dopo la morte di Gemayel, era prevedibile.
Sharon fu costretto a lasciare la Difesa, restò comunque nel governo, e anni dopo, nel 2001, divenne comunque primo ministro.
Nessun tribunale internazionale ha mai processato né gli esecutori materiali né chi ne aveva la responsabilità di comando.
Elie Hobeika — che avrebbe potuto testimoniare in un processo aperto in Belgio contro Sharon — fu assassinato a Beirut nel 2002, in circostanze mai chiarite.
Una ferita che resta aperta
A più di quarant’anni di distanza, Shatila non è solo un luogo della memoria: è ancora oggi un quartiere-baraccopoli densamente popolato alla periferia di Beirut, abitato dai discendenti di quei rifugiati e da nuove generazioni di sfollati.
Secondo l’UNRWA i palestinesi in Libano sono circa mezzo milione, sparsi in dodici campi profughi, e circa l’80% vive in povertà estrema, senza pieni diritti civili né cittadinanza libanese.
Ogni anno, il 18 settembre, cerimonie e delegazioni internazionali di solidarietà — tra cui, dal 2000, i viaggi organizzati in Italia dal Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila — tengono viva la memoria della strage e denunciano l’assenza di giustizia.
Un tema tornato di stretta attualità con le offensive militari israeliane in Libano che, dal 2023, hanno colpito ripetutamente il Paese, aggravando le condizioni di una popolazione già segnata dalla crisi economica.
Un filo che lega passato e presente
Il caso Sabra e Chatila torna spesso nel dibattito pubblico, come precedente storico, quando si discute di responsabilità di comando in operazioni militari condotte con l’aiuto di attori terzi, e come simbolo dell’impunità che ha accompagnato decenni di violenza nella regione.
Ciò che resta indiscutibile è il fatto in sé: centinaia, forse migliaia di civili furono trucidati in un’area sotto controllo militare israeliano, e a oltre quarant’anni di distanza nessuno ne ha ancora risposto davanti a un tribunale.
WEBOGRAFIA
https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Sabra_e_Shatila
https://orientxxi.info/sabra-e-chatila-genet-scavalcava-i-morti-come-si-varca-un-abisso,5867
https://youtu.be/YZUaJeZOQ2U?si=MqkzVdSRPCY_1F8X
https://youtu.be/AoevQ37j1us?si=IDAIrIAYE4LXviN3
https://youtu.be/KZb4TIQHNfY?si=oZqufTUOc6wukjII
https://ilmanifesto.it/sabra-e-shatila-benvenuti-al-campo
https://tg24.sky.it/mondo/2024/02/22/sabra-shatila-massacro
https://www.rsi.ch/info/mondo/I-fantasmi-di-Shatila–1017913.html