La solidarietà con la Palestina è oggi soffocata da una menzogna strutturale: la sua riduzione a emergenza umanitaria. Ridurre la lotta di liberazione di un popolo a una questione di soccorso significa farsi complici del colonialismo, accettando di curare le ferite prodotte da un sistema mentre se ne preservano i carnefici. L’umanitarismo è il braccio caritatevole dell’imperialismo: interviene sul corpo straziato di Gaza per ripulire la coscienza del Nord Globale, lasciando intatti i rapporti di forza, l’assedio, l’espropriazione e l’accumulazione capitalistica che quell’inferno lo generano scientificamente.
Non siamo qui per fare i benefattori. Freedom Plotilla rifiuta la maschera coloniale di chi dona dall’alto e pretende la gratitudine di chi riceve.
La voce che arriva da Gaza non chiede elemosina, non invoca pacchi di cibo o scatole di sardine: pretende la rottura radicale dell’ordine coloniale.
La fame, la distruzione degli ospedali, il blocco dell’acqua e dell’energia non sono catastrofi naturali, ma il prodotto di un dispositivo di potere globale. Chi bombarda e chi finanzia il bombardamento non tollera il soggetto politico ribelle; preferisce il “beneficiario”, la vittima docile da anestetizzare con la compassione per sterilizzarne la spinta rivoluzionaria. Questa falsa compassione è un dispositivo di controllo: un circuito perverso in cui il capitale distrugge e la filantropia rattoppa.
La Palestina come Lente e la Necessità della Rottura
La Palestina non è una causa umanitaria lontana, né un’eccezione tragica della storia. È la lente archetipica attraverso cui si smaschera la violenza strutturale del mondo contemporaneo. Nello specchio di Gaza si riflettono lo sfruttamento del lavoro, la privatizzazione selvaggia dei beni comuni, la militarizzazione permanente delle frontiere e la mercificazione totale della vita. Il colonialismo non è un fossile del passato, ma il motore vivo e feroce dell’imperialismo moderno.
In questa prospettiva, la solidarietà perde ogni sfumatura moralistica. Non serve a “sentirsi buoni” o a contrapporre un’umanità virtuosa a un’élite corrotta. Il moralismo è l’ideologia dei dominati che non osano attaccare il potere: sposta il conflitto sul terreno dell’etica individuale, occultando i rapporti materiali di forza.
La nostra solidarietà è una presa di posizione geopolitica e rivoluzionaria. Non stiamo elargendo aiuti dall’alto della nostra presunta sicurezza: stiamo mettendo le nostre risorse e i nostri corpi al servizio di una lotta che è la nostra stessa lotta. Perché la barbarie che devasta la Palestina è la stessa che smantella i diritti sociali a casa nostra, che trasforma la sanità e l’istruzione in merce, che converte la guerra in una modalità ordinaria di governo planetario.
Rifiutare l’umanitarismo non significa rinunciare al soccorso materiale. Significa liberarlo dalla sua funzione anestetica. Inviamo farmaci e ambulanze non per perpetuare lo status quo della subordinazione, ma per alimentare la continuità della resistenza. Curare il ferito è un imperativo etico immediato, ma diviene tradimento se non si punta implacabilmente l’arma della critica e dell’azione contro chi ha premuto il grilletto.
È qui che si radica la necessità di un nuovo umanesimo politico: non un generico appello sentimentale alla bontà o alla fratellanza universale, ma una forza profonda e sovversiva. Un umanesimo che scardini le gerarchie ontologiche stabilite dal capitale e dal colonialismo, restituendo a ogni essere umano il suo statuto di soggetto politico sovrano.
La pace non è la quiete dei cimiteri o la tregua garantita dai padroni del mondo. La pace è un sottoprodotto della giustizia radicale, e non vi sarà giustizia finché sopravviveranno l’imperialismo, lo sfruttamento e l’espropriazione dei popoli.
Non vogliamo amministrare le macerie. Vogliamo distruggere il sistema che le produce.
La solidarietà, quando smette di essere carità, diventa l’atto costituente della nostra liberazione collettiva.
Un unico fronte di devastazione collega direttamente la carne viva del popolo palestinese alle catene che stringono i lavoratori, i poveri e i territori del nostro stesso mondo.
L’imperialismo e il colonialismo non sono relitti storici polverosi: sono l’infrastruttura aggressiva e perenne del capitalismo globale. Il riarmo e la guerra permanente non servono a difendere la democrazia o la pace; servono ad alimentare la macchina dell’accumulazione capitalistica, a drenare risorse pubbliche vitali per dirottarle verso i profitti dell’industria bellica, e a giustificare la progressiva erosione dei diritti democratici e sociali a casa nostra.
Quando un governo sceglie di tagliare i fondi alla sanità pubblica, di precarizzare il lavoro e di trasformare l’acqua, l’energia, l’istruzione e la salute in mere merci da Borsa, sta applicando sul piano domestico la stessa logica di rapina ed espropriazione che devasta Gaza e opprime i popoli del Sud del mondo.
È la medesima mano che affama, bombarda e privatizza. Per questo la nostra opposizione non può essere parziale, né tollerare compromessi con la ragion di Stato o con le retoriche umanitarie. Non si può pretendere di difendere la sanità pubblica e i diritti sociali in Europa mentre si chiudono gli occhi di fronte alla distruzione scientifica degli ospedali a Gaza e alla complicità dei nostri governi con il genocidio.
La solidarietà internazionalista radicale nasce dalla consapevolezza che la nostra liberazione è indivisibile. O si combatte l’intero sistema fondato sulla gerarchia, sullo sfruttamento e sulla guerra, o ogni conquista sociale sarà sempre fragile, provvisoria e concessa a metà.
La posta in gioco non è mitigare le ingiustizie di questo sistema,
ma spezzarne le catene.