La Ghassan Kanafani è arrivata a Genova
Oggi, 27 giugno, l’approdo della Ghassan Kanafani a Genova segna una soglia, più che un traguardo.
Raccontare questa giornata come la semplice conclusione del tour “100 PORTI • 100 CITTÀ” significherebbe fraintenderne l’essenza. Genova non chiude una rotta, ma apre il bilancio di una prima fase, consegnando il progetto alla sua dimensione più autentica e duratura: quella della rete territoriale.
Per quasi due mesi, la barca di Freedom Flotilla Italia ha solcato i nostri mari: non per una mera traversata nautica, ma per agire come dispositivo di risveglio collettivo.
Intitolata allo scrittore e militante palestinese Ghassan Kanafani, è partita da Taranto il 2 maggio risalendo la costa tirrenica.
È stata un innesco visibile, una presenza fisica capace di accendere i territori, attivare eventi e presa di posizione. Insieme al camper, che ha spinto la campagna nelle aree interne, le iniziative autonome fiorite attorno agli scali hanno dimostrato che stiamo tracciando una geografia politica.
Il senso profondo di questo viaggio risponde a una precisa necessità etica: se il blocco ci impedisce di raggiungere Gaza, siamo noi a dover portare Gaza in Italia. Non è una resa, ma la prosecuzione della rotta attraverso le coscienze. Significa trascinare le voci, i volti e la resistenza della Palestina dentro il dibattito pubblico, esponendo senza sconti le responsabilità italiane e le complicità europee, proprio lì dove il silenzio istituzionale vorrebbe rimuoverle.
Abbiamo navigato in direzione ostinata e contraria per rifiutare la normalizzazione del genocidio e la trasformazione del Mediterraneo in una fossa comune del diritto. E lo abbiamo fatto rigettando la tossica retorica salvifica: la Ghassan Kanafani non è la nave dei “buoni occidentali” in cerca di palcoscenico, e il dolore palestinese non è lo sfondo per l’eroismo altrui. Noi non ci sostituiamo alla loro lotta né li riduciamo a oggetti di carità. La missione non è illudersi di “sfamare Gaza” con un singolo scafo, ma rompere l’assedio mediatico, denunciare la violenza sistematica del blocco e chiamare i nostri connazionali alla responsabilità.
Ecco perché ogni scalo ha rappresentato un’interrogazione diretta alle comunità: da che parte scegliamo di stare?
Le risposte sono arrivate in forme diverse, ma convergenti. A fine maggio, Procida ha risposto trasformando l’approdo in una “Piazza Palestina”, scortando la nave con una piccola flottiglia di kayak in un abbraccio di solidarietà internazionalista. A Ostellato, nel Ferrarese, la rete ha compiuto un salto evolutivo fondamentale: il Festival per la Pace ha dimostrato che il progetto vive e respira anche lontano dal mare. Un territorio interno si è fatto porto politico, dimostrando che l’accoglienza è un presidio civile prima che un’infrastruttura.
E poi Viareggio, Piombino, Livorno, l’Elba, scendendo fino a Gaeta, Messina, Rossano, Napoli. Ogni luogo ha adattato il messaggio alle proprie energie. A La Spezia, il Molo Italia ha accolto la barca scortata dalle imbarcazioni del Golfo dei Poeti, trasformando due giorni di mobilitazione in un potente atto di riappropriazione degli spazi civili a sostegno dell’ospedale Al-Awda. Sostenere chi cura sotto le bombe, infatti, è un atto di resistenza politica, non di semplice elemosina. Significa difendere il diritto alla vita laddove viene deliberatamente annientato.
Tutto questo ci conduce al vero cuore del progetto: la transizione verso le “Flottille di Terra”.
Il bilancio di questa prima fase è vitale perché dimostra la volontà diffusa di trasformare l’indignazione episodica in organizzazione permanente. La barca ha fornito la traiettoria, ma il suo lascito è ciò che rimane dopo aver levato gli ormeggi: contatti, alleanze, presìdi. Flottille di terra, per l’appunto. Reti radicate nei porti che rifiutano di movimentare armi, nelle università, nei quartieri e nei luoghi di lavoro.
Genova oggi rappresenta esattamente questo passaggio di consegne. Una città che conosce visceralmente il peso politico delle proprie banchine, consapevole che dal mare possono transitare armi e complicità, ma anche scioperi e disobbedienza civile.
La Ghassan Kanafani ha convocato la parte migliore dell’Italia e l’ha messa in connessione. Adesso la responsabilità passa alla terraferma. Una barca compie il suo ciclo tra arrivi e partenze, ma una rete, se fondata su una reale consapevolezza, è destinata a restare
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