Uno dei vulnus più gravi inflitti alla dignità del popolo palestinese non è solo la sofferenza materiale, ma la narrazione che la accompagna: quella di un popolo incapace di provvedere a sé stesso, condannato a sopravvivere grazie alla carità internazionale. Si tratta di una narrazione falsa, che ha una funzione precisa: cancellare le responsabilità di chi quella dipendenza l’ha creata a tavolino.
La dipendenza dei palestinesi dagli aiuti umanitari non è una condizione naturale né il segno di un’incapacità produttiva, ma un risultato politico: l’esito misurabile e documentato di decenni di restrizioni strutturali su lavoro, produzione e accesso alle risorse.
Un’architettura di impedimento
A Gaza questo meccanismo è stato applicato con particolare sistematicità. Per anni Israele ha limitato l’accesso alle terre agricole, al mare, ai mercati, ai materiali da costruzione e alla libera circolazione di persone e merci.
Agricoltori, allevatori e pescatori sono stati privati, in tutto o in larga parte, della possibilità concreta di lavorare: la pesca è stata sottoposta a limiti arbitrari e divieti, le zone agricole rese inaccessibili o pericolose, mentre serre, pozzi, allevamenti, imbarcazioni e infrastrutture produttive venivano danneggiati o distrutti, spesso in modo deliberato. Non conseguenze collaterali, dunque, ma un’architettura di impedimento che ha reso impossibile, per intere generazioni, vivere del proprio lavoro.
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Gli aiuti umanitari restano indispensabili alla sopravvivenza immediata, ma sono un palliativo: mai un sostituto del diritto a un’economia autonoma, al lavoro dignitoso, alla possibilità di produrre cibo e reddito con le proprie mani. Confondere l’emergenza con la normalità, l’assistenza con l’identità, è un’operazione retorica pericolosa, perché raccontare i palestinesi come un popolo bisognoso per natura significa assolvere chi ha smantellato la loro capacità produttiva.
Il mito da sfatare
La dipendenza non è un carattere del popolo palestinese, ma il prodotto, cercato e mantenuto nel tempo, di un sistema di assedio e negazione sistematica dell’autodeterminazione economica. La dignità non si misura in sacchi di aiuti distribuiti, ma nella possibilità di vivere del proprio lavoro, delle proprie terre, del proprio mare: restituire ai palestinesi questa possibilità non è un atto di generosità, è un atto di giustizia.